Durante l’anno accademico 2021-2022 ho avuto occasione di partecipare ad uno workshop di ricerca artistica organizzato dal Conservatorio dove studio tutt’ora, quello di Firenze. Si trattava di un percorso propedeutico al dottorato di ricerca, della durata di un anno, grazie al quale noi studenti selezionati abbiamo potuto sviluppare una nostra idea di progetto di ricerca nella maniera più consona ad un’eventuale domanda di dottorato, che avremmo voluto proporre in un futuro.
Prima di parlare meglio dell’argomento del mio progetto su questo sito, vorrei partire dagli albori, quindi dal primo germe inconsapevole della mia idea: si tratta di una pagina di diario risalente all’8 luglio 2020, 4-5 mesi prima che io inviassi la domanda di partecipazione allo workshop. (Le domande di partecipazione dei candidati dovevano riflettere una problematica che essi riscontravano nel proprio percorso artistico e che volessero risolvere o approfondire, così da poterci lavorare durante gli incontri).
Adesso inizio veramente a capire meglio cosa significa che il viaggio è più importante della meta, anzi: che il viaggio è la meta stessa.
Il primo errore che mi sono accorta di aver fatto, presa dalla foga di volermi migliorare come musicista, è quello di essermi lasciata sfuggire il fatto che prima di essere musicista io sono una donna, un essere vivente che esercita il “mestiere di vivere”. Donando tanto alla musica, ho tolto altrettanto alla mia vita.
Ma un’altra cosa che ho imparato è che tutto fa comodo nella vita, e che forse, se le cose sono andate così, è perché non potevano andare altrimenti. E se magari fossero andate altrimenti, sarebbe stato tutto diverso (e non necessariamente in meglio).
Ho scoperto cosa significa vivere lasciandosi coinvolgere dalle situazioni, ho capito che cos’è il vero arricchimento e ho capito che se qualcosa si è rotto, nella vita non si butta mai niente: si può racimolare quanto ci è rimasto e ripartire. E il bello di questo è la creatività con cui lo si fa, con cui si trova un posto nuovo per ogni “coccio rotto”, con cui si crea un’altra vita.
4-5 mesi dopo inviai il documento di presentazione della mia idea, nel quale l’obbiettivo principale che mi prefiggevo era (cito testualmente) “la ricerca di un’unità, di un equilibrio e quindi di una semplificazione”, e più nello specifico mi chiedevo “in che misura tale armonia sia necessaria nella vita di un artista, e quando invece non sia necessaria o utile”. Sviluppando la mia idea scomponevo questo quesito in sotto-quesiti più piccoli, dei quali esso era costituito:
- Esiste un’unità tra le varie discipline musicali, tra i loro vari approcci? In che misura c’è un nesso fra i diversi generi musicali?
- Nella pratica dello strumento e nella crescita musicale in generale: ricerca di un equilibrio tra teoria e pratica.
- Cosa significa fare della propria passione un lavoro? Come trovare il giusto equilibrio tra passione e senso del dovere?
- Nella pratica dello strumento: ricerca di un equilibrio tra tecnica e musicalità.
Insomma, mi ero prefissata un obbiettivo enorme, ponendomi domande enormi, alcune delle quali forse non avranno mai una risposta: non solo ricercavo un equilibrio tra opposti, tentavo anche di capire come quantificare questo equilibrio… Andando avanti coi mesi, comunque, la mia domanda di ricerca si modificava acquisendo sempre maggiore chiarezza.
Nella seconda versione del mio abstract aggiunsi anche il titolo, che inizialmente fu Conoscere la regola per rimanerne l’eccezione. Il progetto era destinato principalmente ai pianisti e l’obbiettivo era quello di facilitarne la crescita artistica tramite un potenziamento del metodo di studio, un miglioramento della resa esecutiva ed espressiva, lo sviluppo di senso critico e l’acquisizione di autonomia in adattamento e sperimentazione.
Ciò che ritenevo necessario per compiere tale crescita era un “approccio pluridirezionato ed eterogeneo, una varietà di prospettive e apertura mentale”: incoraggiavo infatti a spaziare tra discipline sia pratiche che teoriche, sia musicali che non. Tutto questo derivava dalla sensazione che l’imprinting accademico in sè, per com’è fatto (“eccessivamente teorico, che polarizza la teoria e la pratica”), limitasse la crescita artistica e personale di chi vi stava a stretto contatto, sopprimendo l’individualità invece di dare gli strumenti per costruirla. Come finalità infatti avevo quella di “formare artisti presenti a sè stessi, autonomi, consapevoli, fautori del proprio equilibrio dinamico tra personali inclinazioni e nozioni accademiche, tramite il perseguimento della propria unicità”. Sono andata avanti per un paio di mesi, forse, presentando questa seconda versione, finchè non arrivò l’illuminazione che mi portò ad un cambiamento.
(Vorrei precisare che sto spiegando più nel dettaglio tutte queste piccole evoluzioni del mio progetto semplicemente perchè mi serviranno proprio a spiegare meglio quale sia il nocciolo del discorso in questo articolo.)
Modificai nuovamente la mia domanda di ricerca:
E' possibile trarre benessere dalla propria attività artistica ed esprimersi al meglio grazie ad una conoscenza globale del sè (caratteriale, psicologica, fisica, emotiva)?
e modificai anche il titolo del progetto in Umanità artistica. In questa versione promuovevo un “coinvolgimento totale della personalità nell’arte, pur nella sua eterogeneità, e maggiore consapevolezza e ascolto della propria unicità, delle proprie esigenze interiori”. Incoraggiavo “l’esplorazione della varietà pur non perdendo di vista il baricentro della propria identità”, quindi la sperimentazione fra attività di varia natura, la conoscenza di varie prospettive e vari approcci, e lo sfruttamento di diverse risorse, esterne ed interne rispetto al sè… senza però staccarsi troppo da chi si è, presupponendo una profonda consapevolezza in merito. Tutto questo, infatti, aveva come motivazione la sensazione che “nel mondo di oggi si verifichi una perdita di contatto, nell’uomo-artista, con il proprio io interiore, con conseguente assenza di anima e di personalità nell’arte odierna (creata ed interpretata)”; quindi, finalmente, sono arrivata alla conclusione che la finalità del mio progetto era quella di
indagare il rapporto tra le componenti umana ed artistica nell'uomo-artista e la modalità con cui esse interagiscono tra loro, nel bene e nel male; sottolineare l'importanza della componente umana nell'attività artistica dandole più spazio, per rinnovare la pratica dell'arte ricercando una rinascita spirituale.
Finalmente ci ero arrivata.
Rendermi conto del progresso fatto con questo studio e con queste domande mi spiazza, mi stupisce, vivere in questo modo la crescita del mio pensiero è qualcosa di meraviglioso.
E’ come leggere uno spartito: un conto è leggere le note che vi sono scritte, un conto è riuscire a scandagliarne la trama nascosta, che non è scritta, ma che è celata dietro un velo di semplicità disarmante… e paradossalmente la semplicità è la cosa più difficile da leggere, da vedere. Rileggendo quella pagina di diario di luglio 2020 mi è venuto un tuffo al cuore e mi sono chiesta “ma come ho fatto a non capirlo prima che era questo ciò che davvero mi chiedevo fin dall’inizio, ciò di cui avevo bisogno, ciò che stavo cercando? Dovevano proprio passare 3 anni e mezzo?”. Era tutto scritto lì, letteralmente… ma ancora non avevo gli strumenti per leggere la verità nascosta in quelle parole. Così come spesso non si ha la maturità necessaria per leggere un messaggio musicale.
E’ stato spiazzante ripercorrere le domande, i quesiti che mi ponevo e gli obbiettivi che mi prefiggevo nelle varie versioni del progetto e rendersi conto che me le ero sempre poste in chiave artistica, senza mai accorgermi del fatto che fossero tutte domande che riguardavano prima di tutto la mia personalità, e che dovevo prima porle a me stessa.
Ero un’artista che tentava di capire chi fosse, perchè ancora non sapeva davvero che persona fosse, e che non trovando nessuno a cui ispirarsi (non a cui chiedere, perchè queste non sono cose che si chiedono, più che altro si prende l’esempio…) ha intrapreso un viaggio in solitaria, leggendo libri, documentandosi, scrivendo (tanto, tantissimo), riflettendo (ancora di più).
Ero un’artista che sentiva di non “darsi” completamente alla sua arte, di avere difficoltà di espressione, ma ero l’unica che se ne rendeva conto, perchè nessuno intorno a me mi incoraggiava a crescere in tal senso, nella pratica. Quindi non sapevo di cosa avessi veramente bisogno, e se avessi bisogno proprio di questo.
Ero un’artista che voleva migliorare la propria resa esecutiva ed espressiva, essere più autonoma, venire più fuori, avere più consapevolezza ed essere presente a me stessa; volevo sperimentare, ma al contempo mantenere il mio baricentro identitario. Volevo esprimermi meglio col mio strumento perchè sapevo di farlo solo al 20% ma non capivo perchè e come cambiare le cose; volevo metterci più del mio ascoltandomi di più… perchè ero io la prima a stare sperimentando una “perdita di contatto con l’interiorità”.
Ma ancora prima di tutto questo ero una ragazza che ancora doveva conoscersi, trovare i suoi equilibri, le sue misure. E, adesso finalmente lo so per esperienza, è impossibile crescere come artista senza prima crescere come persona: le due cose vanno di pari passo. Perchè è così che poi la nostra arte ha modo di rinascere ed è solo così che essa può parlare di noi. E noi potremo finalmente stare davvero a suo servizio.


