Introduzione
Pensando alla figura del Wanderer romantico, del Viandante, mi rendo conto che il suo modo di vivere la vita, notoriamente molto semplice ed essenziale, per non dire frugale, non è poi tanto distante dalla concezione minimalista di arte e vita artistica che negli anni sono arrivata ad assimilare: sempre in solitaria (più in senso prettamente intellettuale e spirituale che in senso fisico), sempre in viaggio ma senza mai una meta prefissata da raggiungere, continuamente in itinere e senza un vero punto fermo, senza una certezza riguardo al proprio cammino, costretti a portarsi dietro solo lo stretto necessario.
Quello del viandante è un viaggio figurato, interiore, astratto, e insieme estremamente terreno, quindi concreto. Egli non ha punti fermi e non riconosce davvero nessun luogo come propria dimora, ma in compenso si sente a casa ovunque si trovi, data la sua anima cosmopolita. Forse le uniche “cose” che il viandante possiede davvero sono sé stesso e la propria anima, e sa che è proprio dentro di sé che spesso troverà ciò di cui necessita per la crescita della propria arte.
Che bella, una vita così: libera.
È proprio vero, ogni artista è simile ad un viandante partito in solitaria per una continua ed infinita ricerca di sé e delle proprie necessità interiori. Nessuno può compiere il viaggio di un artista al posto suo, nessuno sa quali sono le domande giuste da porsi in dati contesti se non egli stesso, così come nessuno potrà mai trovare le risposte a quelle sue domande se non egli stesso. Sono cose che non si possono delegare ad altri: il cammino dobbiamo intraprenderlo e viverlo noi artisti, noi musicisti, da soli… purtroppo, o per fortuna. Sta a noi avere il coraggio di chiederci “Ma io, che cosa ho da dire? Chi sono io, artisticamente? Chi, invece, non voglio essere?”, e anche avere la tenacia che serve per mettere in pratica tutto questo. Mi viene da dire, menomale che tutto ciò dipende solo da noi…
E se tu sarai solo, sarai tutto tuo. – Leonardo da Vinci
Non è un cammino semplice, e per questo ci vogliono alcune accortezze. Sicuramente non è un viaggio adatto a chi non ama l’incertezza e la precarietà… se però si riescono a vedere queste due condizioni come slanci verso la libertà invece che come ostacoli ad essa, si è già un passo avanti.

Un’abitudine per essere più presenti
Così come per i cammini e i viaggi molto lunghi è sconsigliato sovraccaricarsi con bagagli pesanti e inutili, così è anche per l’artista, che per poter compiere ricerche fruttuose ha bisogno di pochi pensieri veramente importanti, poche certezze e più spazio e chiarezza possibili nella propria mente… oltre, ovviamente, ad un cuore sempre aperto a donarsi.
Per chi fa un lavoro come quello di noi musicisti, ma penso che valga per ogni tipo di artista, è importante avere sempre obbiettivi ben chiari e gestire gli impegni in modo da ottimizzare la propria resa nello studio e così facendo, oltre ad investire più tempo ed energie in pochi progetti selezionati e più redditizi, anche aumentare le loro probabilità di riuscita (pure a costo, magari, di dire qualche "no" in più).
In ogni caso, penso che tutti potrebbero potenzialmente giovare di qualche “momento-checkpoint”, una volta ogni tanto.
Da ormai 6 anni a questa parte, all’incirca una volta l’anno, sento l’esigenza di ritagliarmi un po’ di tempo per fare mente locale su ciò che per me è importante a livello personale e professionale, su chi sono diventata come artista e come persona, su cosa sto costruendo di mio, in cosa mi interesserebbe investire… Ma anche su quali sono gli ostacoli che mi impediscono di raggiungere ciò a cui tendo e quali sono le cose che posso lasciar andare, da cui mi posso allontanare. (Per la verità ci sono diversi momenti durante l’anno in cui mi capita di fare rivoluzioni… Diciamo però che in un lasso di tempo del genere i più significativi e intensi sono pochi).
Contemporaneamente a queste riflessioni astratte, poi, solitamente mi muovo anche più nel concreto facendo pulito e ordine negli spazi in cui vivo, e allora ecco che mi ci butto come un’indemoniata. Tolgo dai muri i quadri che non mi piacciono più, dò via oggetti che non mi sono mai serviti o che non mi servono più, sposto i mobili e gli oggetti all’interno della mia stanza (adoro cambiare posto agli oggetti a seconda del periodo che sto vivendo), libero spazi eccessivamente saturi che mi mettono ansia ogni volta che li guardo. A volte penso tra me e me, “prima o poi arriverò a dormire sopra un futon per terra e ad avere solo quello, il pianoforte e l’armadio nella mia stanza…”.

Non ho mai programmato questi periodi di ricognizione (che in genere durano circa un paio di settimane, a volte anche più), non ho mai deciso a tavolino se e quando posizionarli nel tempo, semplicemente prima o poi arriva il momento in cui ne sento la necessità, percepisco di aver bisogno di un cambiamento, di alleggerirmi da qualcosa.
La percezione di un’esigenza simile avviene solitamente in periodi di stallo o poco ispirati, durante i quali sento di dover sbloccare qualcosa o di dovermi liberare da qualcosa che mi impedisce di vivere la musica (e la vita) come desidererei, o in cui magari ho talmente tanti stimoli diversi da cadere inevitabilmente preda del rumore e della confusione, fisica ma soprattutto psicologica: esami di qua, concorsi di là, poi lo studio e vari altri impegni… È inevitabile.
E dopo… che succede?
Quando poi ho finito e mi ributto nello studio, guarda caso, si tratta sempre di sessioni estremamente fruttuose, piacevoli e soprattutto presenti. Mi sento più a contatto con me stessa e con le mie esigenze artistiche, più ispirata e stimolata, oltre che più leggera e consapevole. All’inizio può sembrare qualcosa di estremo: effettivamente è un esercizio di distruzione delle proprie certezze, dei propri dogmi, delle proprie sicurezze… però è anche un esercizio al cambiamento, inteso come atto di pulizia e ordine.
Insegna a non identificarsi in nulla di esterno a noi stessi (oggetti, disegni estetici, idealizzazioni), ma solo nella propria interiorità. Soprattutto è un esercizio per imparare a stare nel presente, che è proprio ciò di cui ha bisogno l’artista per far vivere la propria arte: riuscire a viverla attivamente nel presente. E tutti sappiamo quanto sia difficile vivere nel qui ed ora in un mondo in cui ci si preoccupa sempre del futuro e si vive troppo spesso del passato… cristallizzando così il nostro presente e insieme il suo soffio vitale, uccidendolo.
E tu, cosa ne pensi? Anche tu hai un’abitudine simile? Come vivi i periodi poco ispirati ed eccessivamente saturi di stimoli? Come li affronti?
Raccontamelo nei commenti.
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