Mi sono laureata alla Triennale in pianoforte il 20 ottobre 2023.
Pochi giorni prima dell’esame ho riflettuto molto e mi sono chiesta che cosa avessi imparato davvero durante questo percorso di tre anni. Mi chiedevo: se qualcuno me lo chiedesse, che risposta darei? Quali sono stati gli insegnamenti più importanti che ho davvero assimilato?
Nonostante un primo momento di desolazione interiore devo dire che la risposta mi è venuta in mente quasi istantaneamente e anche in maniera abbastanza spontanea, anche se il suo contenuto potrebbe verosimilmente apparire tutt’altro che naturale o intuitivo, e il bello è che essa non riguardava tanto ciò che mi fosse rimasto da un’esperienza accademica del genere, quanto ciò che sicuramente non avessi imparato tramite questa istituzione.
Durante il Triennio di pianoforte ho imparato di tutto, meno che come si diventa un'artista. Gran parte della mia crescita, infatti, è avvenuta al di fuori del Conservatorio... più di quanto, in proporzione, mi sarei aspettata.
Qualcuno dirà che potrei aver imparato tutto e niente, a giudicare dall’affermazione di cui sopra… avrò modo di spiegarmi.
Qualcun altro potrebbe chiedersi, poi, cosa mi abbia portato a farmi una domanda del genere poco prima della laurea. Magari si è trattato semplicemente della volontà di “tirare le somme”, fare un resoconto, come spesso si fa alla fine di un percorso di qualsiasi tipo? Sicuramente, ma non era solo quello.
Oggi so che se mi stavo ponendo quella domanda c’era un motivo più profondo e, spinta da quella desolazione interiore che avevo vissuto non tanto per la domanda in sé quanto per la risposta che avevo dato, volevo andare a fondo della situazione per comprenderla. Volevo capire di cosa sentissi davvero la mancanza.
Un percorso accademico che “sta stretto”
Si potrebbe pensare al Conservatorio come ad un’istituzione dispensatrice di un inevitabile sviluppo artistico, il quale invece al contrario è più incerto di quanto si pensi e dipende da moltissimi fattori che coesistono e si influenzano vicendevolmente.
Alcuni sono fattori esterni, che quindi di base non dipendono da noi allievi e che hanno a che fare con gli insegnanti e con la struttura del percorso accademico in sè
Altri fattori sono interni, riguardanti noi studenti in prima persona, il nostro modo di vivere e concepire l’arte, le nostre scelte
Fondamentali sono, ad esempio, il tipo di persone incontrate lungo il proprio percorso e il tipo di esperienze vissute (oltre, aggiungerei, alla quantità di queste ultime). Infatti, non dico che in nessun caso si possa trarre una crescita proficua da questo ambiente accademico, anzi: ci sono docenti che si conoscono proprio in tali circostanze e che lasciano segni indelebili nella nostra esperienza, finendo per plasmare il nostro modo di fare e di vivere l’arte, oltre al nostro modo di pensare e riflettere. Ma i mentori e gli esempi concreti che si trovano lungo la strada sono ben pochi: “La scuola la fa il maestro”.
Sempre a questo proposito, ci tengo a specificarlo, per lo scopo del presente articolo non si parlerà quindi di docenti: essi (per quanto alcune volte possano anche esserlo) non sono il vero problema. Ciò che vorrei prendere in analisi è piuttosto il sistema accademico dentro al quale essi, insieme a noi studenti, sono coinvolti; qualcosa, cioè, di più grande ed esteso.
Basti pensare a quanto negli ultimi anni il percorso di studi pensato per questo tipo di istituzione si sia avvicinato sempre più a quello universitario, con sempre meno pratica e sempre più freddo nozionismo, spesso a mio avviso facendo perdere la dimensione “artigianale”, “plasmante” del fare musica.
Il problema non sta nel “cosa”, ma nel “come”: non che vada tolto tutto lasciando solo la materia di strumento, anche perché sono competenze indispensabili da coltivare, ma non sarebbe forse meglio imparare tutte queste cose in maniera più organica e pratica, invece di perseguire questa via di progressivo distacco attraverso una teoria fredda, sterile? Non sarebbe tutto meno dispersivo?
Personalmente non sento sempre di avere davvero “le mani in pasta”, sporche dal duro lavoro. Non perché il duro lavoro non ci sia, al contrario. Solo spesso si lavora in modo (ahimè) diverso, più sterile. Si lavora affinchè si riescano a conciliare i 1000 stimoli che ci pervengono, cercando in ogni modo di vederli in un’ottica più ampia, in maniera organica, appunto… però non sempre è possibile farlo, dovendo stare ai ritmi dei vari esami ed impegni scolastici.
Quante volte coi miei amici e colleghi ci siamo ritrovati a lamentarci del fatto di non aver tempo di studiare lo strumento quanto vorremmo… il che sembra incredibile, ma è proprio così. Un simile ritmo non è conforme ad uno stile di vita come quello dello strumentista, che, sembra scontato dirlo ma evidentemente non lo è… dovrebbe prima di tutto saper suonare bene. E per saperlo fare occorre una totale immersione in ciò che si fa, nel grande repertorio, nella musica.
Come facciamo a specializzarci in questo, se abbiamo la mente intrisa da mille altri stimoli e pensieri indotti, spesso anche sterili rispetto alla pratica di ciò che dovremmo davvero fare, di come dovremmo davvero fare arte?
Artisti autonomi, o solo “allievi bravi ed ubbidienti?”
Date le premesse di cui sopra, non è raro che qualcuno si ritrovi ad avere come la sensazione di non star dando il massimo, o di non essere riuscito a far sbocciare, venire fuori e sviluppare tutto ciò che di artistico e originale sente di avere dentro di sé. Ma arriviamo ora al vero quesito che dobbiamo porci prima di ogni altra cosa, e che costituisce il problema principale:
In effetti, siamo veramente sicuri che spetti proprio a un’istituzione come il Conservatorio il compito di far trovare, o meglio, costruire la propria strada, a tutti coloro che vi studiano? O almeno, fino a che punto lo è? Spetta davvero alle accademie insegnarci l’ascolto interiore?
Penso che chiunque inizi a raggiungere un certo livello di consapevolezza riguardo alla propria personalità artistica ad un certo punto cominci a porsi domande di questo tipo, e soprattutto a rendersi conto di avere (e di avere avuto) gran parte della responsabilità in questo tipo di crescita. La mia risposta da un po’ l’ho trovata, e sinceramente non so in che misura sia condivisa dai miei colleghi: l’Accademia, da sola, serve a ben poco. Spetta ad ognuno di noi intraprendere il vero viaggio.
Con la sola formazione accademica si potrà al massimo diventare bravi studenti, e se è questo ciò che interessa, un percorso del genere è più che sufficiente. Diventare un artista, però, è tutto un altro paio di maniche.
Ma allora, come trovare il modo di cucire il proprio percorso, le proprie esperienze artistiche, la propria carriera e il proprio lavoro addosso alle proprie inclinazioni, esigenze artistiche ed umane (per quanto possibile)? Come possiamo fare noi apprendisti per riconoscerle, percepirle diventandone coscienti, e soddisfarle? Come poter diventare musicisti ed artisti indipendenti, autonomi?
Negli ultimi 3 anni tutti questi dubbi e quesiti mi sono balenati per la mente in continuazione per via della mia profonda volontà di ricercare un modo di suonare, interpretare e vivere la mia arte in maniera più libera, personale ed ispirata. Sentivo di aver bisogno di superare dei blocchi, blocchi che spesso sono inevitabili dopo aver avuto formazioni prettamente accademiche.
La scuola, fin dall’inizio, ci riempie di nozioni su nozioni senza davvero insegnarci ad ascoltare noi stessi, capire ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che vogliamo, quando invece dovrebbe non dico farlo insieme a noi, ma quantomeno incoraggiarci a farlo, e tenerci nelle condizioni giuste per poterlo fare autonomamente.
Il modo migliore per iniziare a farlo è… domande, su domande, su domande. A noi stessi, agli altri; essere curiosi, esplorare ogni parte di sé senza aver paura di ciò che ancora non si conosce. E l’importante è non fermarsi mai, accettando che è una ricerca continua e che probabilmente le risposte che arriveranno saranno poche… mentre le domande si moltiplicheranno. Ed è proprio questo il bello.
Per studiare la musica, dobbiamo impararne le regole. Per fare musica, dobbiamo infrangerle.
Nadia Boulanger
Se non avessi vissuto tutte le esperienze extra-accademiche che ho accumulato negli anni, so per certo che ad oggi non avrei un decimo della consapevolezza e delle competenze che ho: senza le esperienze esterne all’Accademia non è possibile dare un senso a ciò per cui lavoriamo al suo interno.
Se non avessi intrapreso un percorso in una scuola di teatro non avrei potuto ampliare i miei limiti espressivi ed allenarli, esplorando al contempo tutte le sfumature intermedie, e vincere la paura nei confronti dell’espressività, dell’apertura. Non avrei potuto migliorare le mie capacità di ascolto
Se non avessi letto determinati libri, visto determinati documentari o film, non avrei potuto costruire il mio personale pensiero artistico, nonchè conoscere la mia personalità artistica. Non avrei avuto modo di riflettere così tanto e profondamente al fine di sviluppare idee artistiche e musicali
Se non avessi riempito le pagine di quei 5 quaderni A5 (che conservo ancora in libreria…) con pensieri, appunti e riflessioni, se non avessi scritto e riflettuto così tanto, adesso non avrei coltivato l’introspezione che ho e che è necessaria a chiunque faccia questo mestiere
Se non avessi fatto tutte quelle Masterclass non avrei potuto arricchirmi dei punti di vista di professionisti differenti tra loro e distanti da chi normalmente ho intorno. E’ importante essere coscienti del fatto che non tutti ci vedono allo stesso modo o vedono le stesse cose di noi, ed entrare a contatto con una tale diversità ci aiuta a crescere e ad acquisire più consapevolezza
Se non avessi coltivato l’interesse e la consapevolezza riguardo alla voce umana mi sarei persa uno strumento indispensabile per vivere la musica in prima persona, conoscerla visceralmente e cantare col mio strumento
Se non avessi fatto esperienza del mondo, vivendolo, e della vita, non avrei di che cibare la mia anima e non avrei di che riempire la mia arte. Non si può fare arte senza aver vissuto.
Purtroppo in molti casi ciò che ancora si incoraggia in noi allievi (anche indirettamente, inconsapevolmente) è l’alienazione dal mondo esterno, extra-musicale, come se questo fosse l’unico modo per progredire sul proprio strumento. Dimenticandosi però del fatto che, dal momento che l’artista è prima di tutto un essere umano e non una macchina, ha di conseguenza esigenze umane… di cui non sempre si tiene conto, ma che sono indispensabili per una maggiore e migliore crescita artistica.
Forse non possiamo cambiare l’assetto del Conservatorio, ma possiamo cambiare noi stessi, adattandoci ad esso… e al contempo trovando il modo di adattare il percorso Accademico alla nostra individualità.
E tu, in che misura senti che il Conservatorio abbia assecondato le tue esigenze artistiche ed umane? Ti ritieni soddisfatto del percorso che hai fatto/che stai facendo? Qual è il tuo parere riguardo al rapporto che le accademie hanno con l’individualità?
Raccontamelo nei commenti.
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