Beethoven e l’importanza della volontà nell’arte musicale
La sensazione che a volte ho in un ambiente come quello accademico è quella di star lavorando ad una grande “produzione in serie” di tanti progetti ed esami tutti uguali, di uguale peso ed importanza, alleggeriti da ogni valore soggettivo ed individuale (quindi funzionale) e che presto o tardi creano un muro gigante e unitario, spaventoso, che fa sentire sopraffatti… perdendo dimestichezza con l’ossessione per il dettaglio, le finiture, la cura del piccolo: la “miniatura”, il dare importanza ad ogni piccolezza avendone cura. Il pensare alle cose una alla volta, come esistenti in sé per un motivo profondo: uniche.
In questo modo purtroppo si va a perdere la dimensione artigianale, plasmante del fare vera musica. Non si va più “a bottega” dal maestro, a meno che non si abbia la fortuna di averne uno di un certo tipo: l’imprinting accademico non è più lo stesso, perché il rapporto con l’individualità artistica è cambiato negli anni.
In Per una morale dell’ambiguitàSimone de Beauvoir afferma che
Vi è un’arte solo perché in ogni momento l’arte si è assolutamente voluta: ogni opera d'arte va voluta assolutamente.
Ci vogliono dei motivi per volere la realizzazione di un’opera d’arte, e quei motivi possiamo trovarli solamente dentro di noi:
Nell'abbandono originario in cui nasce l'uomo tutto è indifferente, nulla è utile o inutile: è l'uomo a dare un senso alla propria vita, alle proprie passioni [...]. La passione non ha alcuna ragione di volersi, ma può giustificarsi da sé, darsi quelle ragioni di essere che non ha.
Dunque, tutto è relativo al mondo interiore di ognuno. Ma come fare per trovare, sentire e seguire questa spinta, che dovrebbe venire dalla nostra interiorità, all’interno però di un ambiente accademico che non ci aiuta in questo, dal momento che per la maggior parte del tempo siamo tenuti a fare percorsi che ci distolgono dalle nostre priorità, o ci vengono date risposte che non ci servono, dal momento che molte volte (giustamente, mi verrebbe da dire) non ci siamo ancora mai posti quelle date domande?
Non so quante volte mi sono ritrovata a discutere con amici e colleghi (più che altro pianisti, ma anche strumentisti in generale) sul fatto di non avere abbastanza tempo per studiare il nostro strumento, da un lato a causa dei mille altri impegni legati a materie marginali, dall’altro del sovraccarico sia fisico che psicologico creato da esami, argomenti, nozioni, spesso anche sterili per il lavoro di interpreti che dovremmo invece affrontare. Ciò che ci manca di percepire in un tale percorso è l’organicità, la coerenza.
Come potersi esprimere in un ambiente accademico che di fatto ormai non rispecchia più le nostre esigenze di musicisti come poteva farlo 50 anni fa, ma che di contro è sempre più simile all’ambiente universitario, il quale propone un tipo di percorso non adatto a quello di noi musicisti?
Per me non può esservi sollievo nella compagnia degli uomini, non possono esservi conversazioni elevate né confidenze reciproche. […] Se sto in compagnia vengo sopraffatto da un’ansietà cocente, dalla paura di correre il rischio che si noti il mio stato – […] Invitandomi a risparmiare il più possibile il mio udito, quell’assennata persona del mio medico ha più o meno incoraggiato la mia attuale disposizione naturale, sebbene talvolta, sedotto dal desiderio di compagnia, mi sia lasciato tentare a ricercarla. Ma quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e io ancora nulla udivo – Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita – La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di avere creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza – davvero misera, dal momento che il mio fisico tanto sensibile può, da un istante all’altro, precipitarmi dalle migliori condizioni di spirito nella più angosciosa disperazione […] O uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, ricordate che mi avete fatto torto; e l’infelice tragga conforto dal pensiero di aver trovato un altro infelice che, nonostante tutti gli ostacoli imposti dalla natura, ha fatto quanto era in suo potere per elevarsi al rango degli artisti nobili e degli uomini degni.
(Dal Testamento di Heiligenstadt, Ludwig Van Beethoven)
Parlando di individualità, non posso fare a meno di citare una delle più grandi testimonianze di una delle vocazioni artistiche più potenti che il genere umano abbia mai manifestato: quella di Ludwig Van Beethoven, che nonostante i gravi impedimenti fisici dati dalla sordità, consapevole di avere ancora molto da donare al mondo e soprattutto consapevole del fatto che lui solo avrebbe potuto adempiere a quei doveri nei confronti dell’arte, dando vita a opere magnifiche… proprio per la sua arte, e per la sua arte sola, ha deciso di non porre fine alla propria vita, già miserabile e limitata in tutto.
Sapeva che, se l’avesse fatto, non avrebbe dato a tutti quei capolavori la possibilità di vivere, di spargere quel messaggio che doveva assolutamente essere divulgato al mondo intero. E sapeva di essere l’unico capace di divulgare tale messaggio: era compito suo.
Sapeva che, privandosi della propria vita, l’avrebbe sottratta anche alla sua arte.
Credo che ogni musicista, ma più in generale ogni persona, almeno una volta nella vita debba confrontarsi con questo documento, perchè la sua utilità è immensa.
Qui non leggiamo solo il Beethoven compositore, musicista, in veste professionale, anzi: questo lato quasi non viene fuori affatto. Leggendo il Testamento ci ritroviamo faccia a faccia con un Beethoven umano, con tutte le sue fragilità e debolezze, coi suoi stati d’animo. Tutte cose comunque che, dopo aver letto il documento, possiamo indubbiamente riconoscere nel suo operato musicale, in ogni più piccola fibra.
Le due cose sono indispensabili l’una per l’altra, sono racchiuse l’una nell’altra, ed è impossibile scinderle.
E’ incredibile con quanta intensità si riesca a percepire la vicinanza spirituale ed umana di una persona morta più di 250 anni fa, che però ancora ci parla così chiaramente e a gran voce attraverso le sue parole, così autentiche e pregne di significato. Ed è incredibile la forza che tali parole sono capaci di donare a chi, ancora, non ha trovato una motivazione per andare avanti, per non mollare, per non smettere mai di credere in sè stessi e nel messaggio che si vuole dare al mondo: il nostro messaggio.
Questo vuole dirci Beethoven: ognuno di noi ha una grande responsabilità, quella di far sentire la propria voce e di far sì che i nostri talenti e le nostre idee, così come il nostro modo di essere, diano frutto e costruiscano cose uniche, che solo noi possiamo costruire.
Prendiamo come esempio la produzione musicale dello stesso Beethoven, il primo libero professionista in questo ambito, e confrontiamola con quella dei compositori a lui antecedenti. Haydn scrisse 107 sinfonie; Mozart invece ne scrisse 49, oltre a ben 25 concerti per pianoforte e orchestra; Bach scrisse quasi 300 cantate; Vivaldi invece compose ben 329 concerti per strumento solista e orchestra: tutti numeroni in confronto a quelli di Beethoven, che ci ha lasciato 9 sinfonie e 5 concerti per pianoforte…
C’è una differenza sostanziale, non solo nei numeri: essi sono solo la conseguenza di un cambio di approccio radicale all’arte, venuto col tempo.
Bach, Vivaldi, Mozart venivano pagati per scrivere opere su commissione, e ad una velocità a volte anche disumana. Beethoven non scriveva per nessuno, solo per sé stesso, per soddisfare il suo proprio bisogno di esternare, condividere la propria musica con l’umanità intera: anche se con “solo” 9 sinfonie e 5 concerti per pianoforte (!), ci ha lasciato il germe più autentico del suo sentire e della sua necessità interiore.
Beethoven è stato uno dei primi, se non il primo, a compiere una tale rivoluzione nel ruolo dell’artista. Poteva anche non comporre queste opere, esse potevano anche non esistere oggi come oggi: ci sono pervenute semplicemente perché “lui le ha voluteassolutamente“, appunto, citando De Beauvoir. Perché per lui avevano ragione d’esistere.
Il che vuol forse dire che dobbiamo fare meno, e che se facciamo di più necessariamente la qualità ne risentirà? No, ovviamente. Ma se non agiamo consapevolmente e non sappiamo fare una scelta, ciò che ne risentirà sarà la nostra anima. Se non sappiamo dove andare, c’è il rischio di lasciarsi schiacciare da ambienti privi di stimoli e lasciarci alimentare da “carburanti esterni” da noi, quando l’unico carburante che dovrebbe alimentarci si trova nella nostra interiorità.
L’importante, insomma, è dare sempre un significato al nostro operato, intenzionalmente. E bisogna farlo da soli, perché questa è l’unica cosa che il Conservatorio non ci insegna, ma è la cosa più importante. Senza questo presupposto non staremo facendo questo percorso musicale per noi stessi, ma per qualcun altro, perché qualcun altro vuole che facciamo ciò che è in nostro dovere fare. Saremo quindi alla stessa stregua di un Vivaldi, un Haydn o un Bach (con tutti i dovuti paragoni, ovviamente)… Solo secoli dopo, in un mondo che ha totalmente cambiato la propria concezione artistica.
Dobbiamo cercare di conoscerci sempre meglio come artisti e come persone, essere presenti a noi stessi, così che le nostre motivazioni per fare arte siano sempre più chiare e definite, quindi di conseguenza forti: dobbiamo volere assolutamente la nostra arte, per darle davvero vita.
E tu, come vivi il tuo percorso accademico? Anche tu sperimenti o hai sperimentato tali difficoltà? Raccontamelo nei commenti.
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