Durante questi ultimi mesi ho compreso meglio una serie di cose di cui avevo sempre sentito parlare e che davo per scontate, ma che non mi rendevo conto di non aver mai ancora sperimentato in prima persona… per quanto assurdo possa sembrare, data la loro natura apparentemente basilare.
Prima dell’anno scorso, senza che l’avessi mai realizzato, nella pratica musicale ero come anestetizzata: senza rendermene conto, quando suonavo non utilizzavo la mia mente e le mie emozioni. Quando lo dico alla gente c’è chi si lascia scappare una risatina o resta incredula, e non do loro torto. È mai possibile che una persona vada avanti per 13 anni a suonare uno strumento senza usare il proprio cervello? Ma era così. Ciò che la gente vedeva era una ragazza che suonava, ma non poteva certo vedere ciò che le succedeva dentro.
Mi sono resa conto di quanto poco o nulla usassi il mio cervello proprio quando finalmente ho iniziato a usarlo davvero come esso poteva essere usato, e quando ho visto quanto facesse la differenza. È cambiato tutto, in senso “agrodolce”: da una parte ho scoperto di poter fare cose in cui prima non credevo di riuscire, percependo molto più agio; dall’altra ovviamente mi è mancato il terreno sotto i piedi perché è stato davvero come reimparare a suonare con un corpo, una mente e un cuore totalmente nuovi. Lo è tutt’ora, che sto continuando a scoprirmi giorno dopo giorno.
Quando si pensa all’atto del suonare ci si sente automaticamente di separare la pratica strumentale in tre componenti distinte: la tecnica (intesa come mera meccanica), il pensiero, il coinvolgimento emotivo. In questi mesi ho sperimentato sulla mia pelle che non solo le tre cose sono collegate, ma fanno parte di un unico organismo, e anzi sono proprio la stessa cosa.
In questo articolo proverò a raccontare ciò che ho vissuto, spiegandomi meglio su tutto ciò che ho affermato nel paragrafo precedente, nella speranza di poter aiutare anche solo una persona che magari lo leggerà e si renderà conto di star vivendo una situazione simile. Già questo per me sarebbe una vittoria, per quanto piccola possa sembrare.
Soffocamento della propria mente…
Nei discorsi che sentivo fare ai miei compagni e colleghi sui vuoti di memoria, la tensione da palcoscenico, la concentrazione e sull’atto stesso di imparare e studiare i pezzi… Proprio non mi riconoscevo. O meglio, magari alla lontana e in modo lieve, e comunque mai nel modo approfondito in cui loro vivevano tutto. Non sentivo di avere davvero le mani in pasta come avrei potuto. Portavo comunque risultati buoni, voti alti, ma non ne ero mai contenta perché ero convinta di poter fare di più, senza però sapere come agire per ottenerlo e sbloccare il mio vero potenziale. Mi veniva detto che andava tutto bene, ma che stavo dando solo il 20% di ciò che potevo dare e che mancava quel quid in più che puntualmente non sapevo mai come tirar fuori.
Non avevo mai sentito ancora l’esigenza di studiare a memoria con un metodo consolidato a tavolino: campavo di memoria naturale, anche perché essendo sempre stata molto efficiente per una decina d’anni non mi aveva mai fregata, quindi per me era diventata la norma quotidiana… finché poi è successo, tra lo spaesamento generale, senza che conoscessi la situazione e potessi gestirla. Inoltre, pur studiando molto, non studiavo i passaggi in modo approfondito come vedevo che li studiavano gli altri: quando vedevo che sommariamente venivano, inconsciamente e senza che me ne rendessi davvero conto “mi accontentavo” automaticamente. E mi è andata sempre bene… finché anche qui ho dovuto fare i conti con la realtà.
Siccome tutto questo andava completamente contro la mia natura, che anzi di base è volenterosa nello spingersi oltre i propri limiti e iper-perfezionista (anche in maniera ossessiva), non lo accettavo e non lo comprendevo, soffrendo molto per questo.
Poi ho capito che non facevo così perché non ne avessi voglia: il mio era un meccanismo di difesa.
Non approfondivo più di un certo limite, nel processo di apprendimento, semplicemente perché se l’avessi fatto avrei dovuto metterci tutta me stessa, accendere il cervello, pensare.
E perché avevo paura di farlo, di usare la mia mente? Perché non volevo ammettere che il mio modo di pensare fosse differente, e non accettavo questa diversità. Inconsciamente la riconoscevo, riconoscevo il suo uscire dalle righe e sapevo che avrebbe avuto dei modi di funzionare anomali e non lineari rispetto a quelli degli altri, se l’avessi lasciata fare. Era scomoda, magari non sarei stata compresa… Quindi per non sentirmi sbagliata e persa, spaesata, mi sono adattata e ho messo a tacere tutto. E quando dico tutto, intendo proprio tutto: pensieri, ma anche percezioni fisiche di ogni tipo, emozioni. Negli anni ho costruito una maschera, sia esteriore che interiore, al punto che neanche stando sola con me stessa mi concedevo di toglierla, e per me quella maschera ero io. L’avevo interiorizzata e facevo tutto con distacco, come se vivessi in terza persona guardando tutto dall’alto: non vivevo da protagonista.
Mi sono anestetizzata per omologarmi a ciò che vedevo negli altri e in questo modo ho perso me stessa, la mia mente e la sua vita interiore. Per questo dico che non usavo il cervello, o almeno, non usavo il mio: ne usavo uno fittizio, fatto da un collage di modi di pensare che avevo visto da altri e che reputavo “accettabili”, “normali”, “comodi”. E oltre a questo, a livello inconscio non mi permettevo di vivere le emozioni quando si manifestavano perché temevo che sarebbero state “esagerate”, per la loro intensità: ma come fai a gestire qualunque tipo di emozione durante una performance (o nella vita in generale), come fai a conoscerla, se prima di tutto non ti permetti di viverla? Come fai ad imparare a gestire e barcamenarti nei pensieri durante lo studio e durante le esecuzioni, se tutti i pensieri che hai inconsciamente li zittisci e non li ascolti? (E in questo il mondo di oggi non aiuta, mirando a proporci vari tipi di “anestetici” sempre più efficaci…).
Come fa una persona a sapere cosa significa tutto ciò di cui parlano gli altri se la sua vita interiore esiste solo a livello inconscio, senza che la viva nel concreto?
Ho negato per anni la mia diversità e la mia natura forzandomi a suonare, studiare e pensare in modi che non mi rappresentavano e nei quali non stavo bene. Lo facevo persino se sotto sotto sapevo che il mio modo personale di fare le cose poteva essere anche più efficiente di quello degli altri sotto qualche aspetto, o se sentivo che per me una data cosa sarebbe stata più semplice che per gli altri, perché io la vedevo diversamente e da un’altra prospettiva: sopprimevo tutto solo perché era diverso, tarpandomi le ali da sola.
…e sua rivincita
Tutto questo finché, prima gradualmente e poi tutto insieme, qualcosa dentro di me si è rotto. Dopo mesi di sperimentazioni e scoperte che avevano già acceso in me delle lampadine, qualcosa o qualcuno ha urlato (in modo violento e irruento, aggiungerei): “Basta maschere, QUESTA sei tu”. Come un fiume in piena è uscito fuori tutto ciò che in 25 anni avevo nascosto persino a me stessa, e ho avuto paura perché riconoscevo che fossi io, ma al contempo non ero più la me a cui ero abituata. È stata una vera e propria crisi esistenziale: la mia maschera era finalmente caduta.
Mentre gradualmente la mia mente si sbloccava, si sono sbloccate anche le mie emozioni… O forse è accaduto il contrario?… E di conseguenza anche la tecnica ne ha giovato. Molti potrebbero rimanere scettici sentendo che da un cambiamento del pensiero, una cosa astratta, sia radicalmente cambiata anche la mia percezione fisica, corporea, per definizione concreta… Non esagero quando dico che, anche proprio a livello motorio, mi sono trovata a dover “reimparare” certe cose da zero, come dopo aver subìto una specie di reset. Tutt’ora io stessa non me ne capacito, eppure è stato così. Non è e non è stato per nulla facile, ma posso dire che alla fine ne è valsa la pena: come risultato fra le altre cose ho avuto più pulizia, più sicurezza, più chiarezza nel pensare ai passaggi e ai discorsi musicali. Ho finalmente capito a un livello più profondo in che senso la tecnica è tutto un fatto mentale.
Persino la mia lettura allo strumento si è ottimizzata e velocizzata, perché ora finalmente il mio pensiero segue il passo che gli è più congeniale. Sto modificando anche il mio metodo di studio, cercando di cucirlo il più possibile addosso al mio “nuovo” stile di pensiero e alle mie esigenze. Detto questo, non sto dicendo di essermi trasformata in Martha Argerich da un giorno all’altro, ovviamente: semplicemente ho impersonificato ciò che ero e che ero sempre stata, con le mie vere capacità, senza che le nascondessi.
I dolori e le tensioni coi quali convivevo da tempo nella pratica pianistica, avendo scoperto essere di natura psicosomatica, si sono attutiti, molti sono spariti e in generale ho compreso meglio come gestirli qualora si dovessero ripresentare. Per dirla ancora meglio, in fin dei conti si sono finalmente trasformati in ciò che sarebbero dovuti essere fin dall’inizio: moti dell’animo che non mi permettevo di vivere, e quindi di esternare, e quindi anche di trasmettere ad un pubblico suonando. L’unico modo che avevo di manifestarli era indiretto e passava attraverso il mio corpo.
Ho sempre pensato di essere tecnicamente indietro, inadatta, incapace. In realtà il problema vero era un altro e più profondo, solo che io non volevo (o non potevo) vederlo… Tutt’ora la vera sfida, sia nella vita di ogni giorno che nello studio, consiste proprio nel barcamenarmi tra le due personalità che sono presenti ancora contemporaneamente dentro di me: quella vecchia e finta, la maschera che per anni ho portato per sentirmi più “accettabile” e che piano piano vorrei cercare di sradicare, e quella invece più autentica, vera, per così dire “nuova”.
Conclusione…
Due mesi fa ho avuto la valutazione ufficiale dopo che da tempo mi interrogavo su una tale eventualità (inconsciamente, mi interrogavo da una vita…), e adesso so che faccio parte dello spettro autistico (ex-Asperger) sovrapposto al profilo di plusdotazione. Finalmente ho capito che mi sentivo diversa perché effettivamente lo ero sempre stata. E ho potuto capirlo proprio grazie alla musica, che ancora una volta si è rivelata una potente “medicina”, un modo per conoscere me stessa.
Non avevo il coraggio di essere chi fossi, di vivere le mie emozioni intense, di usare la mia intelligenza, per paura di essere “troppo”: troppo sensibile, elaborata, particolare, complessa, troppo veloce in alcuni casi e troppo lenta in altri… Perciò mi forzavo di rimanere “nella media”, senza spiccare mai e stando sempre in sordina.
Allora non lo vedevo, ma oggi sì: la mia vita musicale rifletteva il disadattamento che vivevo ancor prima a livello personale, e non lo vedevo perché per me le due vite erano separate, e anzi facevo di tutto per separarle, appunto come meccanismo di difesa. Ora so che sono la stessa cosa e non si possono dividere.
Avendo fatto molte ricerche autonomamente per un paio d’anni ancora prima di arrivare alla diagnosi, e avendo unito tutti i puntini una volta che questa è arrivata, ho capito che gran parte dei miei comportamenti e di ciò che mi è accaduto è riconducibile proprio alle mie neurodivergenze allora non riconosciute, direttamente o trasversalmente: la tendenza ad un perfezionismo ossessivo e bloccante; l’anestetizzarsi più o meno consciamente e sperimentare iper- o ipo- sensibilità (che spesso coesistono), in senso fisico, emotivo o cognitivo; il sentire di poter dare di più senza sapere come; una somatizzazione debilitante; il sentire di vivere con distacco, come in terza persona, in una bolla; l’annullare le proprie capacità per uniformarsi all’ambiente circostante; l’autocensurare il proprio pensiero solo perché lo si percepisce diverso, ostacolandosi; il tendere ad intellettualizzare tutto, anche il non intellettualizzabile, persino il movimento; l’avere la tendenza non solo ad avere uno stile di pensiero schematico, ma anche degli schemi motori più forti della norma, che ripercuotendosi nel modo di suonare creano rigidità, specie se non se ne è consapevoli; lo sperimentare un legame inestricabile tra qualunque azione si compia e la propria emotività, cosa molto comune tra le persone plusdotate (che non hanno solo capacità intellettive superiori alla media, come spesso si crede: ad essere superiore alla media è anche e soprattutto l’intensità del vissuto emotivo) e che può ostacolare, specie se non se ne è a conoscenza… E molto, molto altro.
(Faccio notare che, anche se nel mio caso queste sono caratteristiche ascrivibili alla neurodivergenza, non sono “caratteristiche neurodivergenti” di per sé, quindi il semplice fatto di possederne alcune non significa automaticamente avere una neurodivergenza… Ma ne riparlerò meglio poco più avanti).
Oggi so che se non sapevo come agire per migliorare le cose e per poter fare di più e meglio, è semplicemente perché avevo a che fare con qualcosa di più grande di me che non conoscevo e a cui da sola non potevo arrivare. Anche volendo esprimere il mio disagio non sapevo e non avrei saputo come definirlo, perché non ne avevo gli strumenti. La valutazione mi ha dato la conferma di tutto ciò, e soprattutto ha fatto sì che io potessi finalmente dare un nome a questa parte di me e a questo disagio che fino ad allora era sconosciuto. Non per cancellarlo, ma per comprenderlo e conviverci, arrivando a stare meglio.
Dato che l’essere umano, forse per sua natura, ama moralizzare e polarizzare sempre tutto, si tende a fraintendere e magnificare l’intelligenza, considerandola solo “qualcosa in più” e un aiuto, ma se la analizziamo in modo critico essa (come anche la sensibilità) è una semplice caratteristica oggettiva, che ha del positivo ma anche del negativo, e questi due aspetti si compenetrano fino a fondersi diventando la stessa cosa. Essere plusdotati non significa automaticamente non avere problemi, o avere un “dono”, qualcosa in più degli altri… Significa semplicemente essere diversi e vivere problemi che la maggior parte della gente non conosce, e che quindi spesso non comprende.
…e un appello
Oggi l’autismo nelle bambine e nelle donne nella maggior parte dei casi viene sotto-diagnosticato o diagnosticato tardi, come è successo a me, perché per decenni i criteri diagnostici si sono basati unicamente su studi fatti su uomini nello spettro, e questo disturbo si presenta molto diversamente in uomini e donne. Persino gli psicoterapeuti spesso ne sono all’oscuro e in molti casi non arrivano nemmeno ad ipotizzarla come una possibilità, formulando diagnosi sbagliate.
Essendo poi “invisibile ad occhio nudo”, e contando anche che le donne per vari motivi riescono a mascherarlo più degli uomini, si tende a sminuirlo e a non conoscere o comprendere davvero tutto ciò che esso comporta, insieme a quanto sia impattante nella vita di una persona. Si può dire tutto questo anche in merito alla plusdotazione. Fra l’altro se queste due neurodivergenze sono sovrapposte, come spesso succede e com’é anche nel mio caso, sono più difficili da riconoscere in tempo. Perciò secondo me c’è bisogno di molta più consapevolezza e di parlarne più spesso, e meglio. Specialmente qua in Italia, e specie agli insegnanti e a chi lavora coi bambini, in modo che possano riconoscere queste caratteristiche per tempo dando agli allievi la possibilità di esprimersi per come sono e di scoprire e sviluppare a pieno le proprie capacità.
La scuola tende ad appiattire tutti allo stesso livello, negando quindi a chi è diverso una crescita consona alla propria natura, qualunque essa sia (a meno che si abbia molta fortuna con gli insegnanti). Non è giusto obbligare qualcuno a sopprimere la propria sensibilità e le proprie capacità, solo perché ne ha più degli altri. Perché anche questa è discriminazione, anche se non siamo abituati a pensarla in questi termini. I numeri ci dicono che molti bambini plusdotati o ipersensibili ancora non vengono valorizzati a sufficienza, finendo poi per chiudersi e non realizzare il proprio potenziale. Non è giusto far omologare e appiattire le persone così, ognuno deve avere il diritto di essere chi è davvero, senza paura.
Le neurodivergenze nella società di oggi
Ho l’impressione che ultimamente parlando di neurodivergenze ci sia sempre qualche scettico che tende a banalizzare, anche in buona fede, la situazione, semplicemente perché magari non avendo avuto a che fare con questa particolare condizione a stretto contatto o in prima persona non sa bene in cosa consista. Questo porta molte persone a sminuire il disagio provato da chi vive tutto questo e a demonizzare l’atto di apposizione di un’”etichetta” in sé, come oggi viene chiamata: vorrei proprio dedicare due parole a chiunque pensi cose come “Ma tutti siamo neurodivergenti alla fine, tutti siamo un po’ autistici/ADHD/qualunque altra forma di neurodivergenza. Solo che oggi c’è la moda e tutti si vogliono etichettare…”, oppure “ma tanto siamo tutti diversi l’uno dall’altro, basta conoscersi”. La prima affermazione tra virgolette è totalmente priva di fondamento ed errata, la seconda ha del vero ma non giustifica la prima. Entrambe tendono a sminuire enormemente il problema.
Gli specialisti ci dicono che presentare dei singoli tratti relativi a una neurodivergenza non equivale a una diagnosi o ad un’effettiva appartenenza a quello spettro: bisogna guardare il profilo completo, formato quindi da un’insieme di caratteristiche e dall’analisi del vissuto personale, e tutto questo spetta solo allo specialista. Quindi non è che siccome una persona presenta alcuni tratti rigidi, ossessivi o perfezionisti allora automaticamente è “un po’ autistica”; non è che siccome una persona si distrae facilmente allora è per forza “un po’ ADHD”. Non si è “un po’” neurodivergenti… Lo si è, oppure no.
Premetto poi che il termine “etichetta” non mi piace, perché mi sa di qualcosa di costruito, fisso e cristallizzato: il significato è simile, ma preferisco “definizione“. Per come la vedo io, una definizione esterna è utile nel caso in cui non si riesca a definirci da soli perché magari non ci si capisce, dal momento che si ha a che fare con qualcosa di più grande di noi, faticando quindi a conoscerci.
Chi compie questo percorso e intende farlo in modo intelligente non lo fa certo per togliersi lo sfizio, per sola curiosità di sapere quanto sia alto il proprio QI o per potersi “etichettare” e per poter dire “ho finito la mia ricerca, finalmente ho una risposta definitiva”…anche perché una risposta definitiva ed immutabile non ci sarà mai, siamo tutti dentro una ricerca continua. Non lo fa per potersi identificare in quelle etichette, e per far sì che queste ultime definiscano chi lui/lei è come persona nella propria totalità. Lo fa perché non si è mai sentito compreso, e sente che questa ricerca lo fa avvicinare alla versione di sé più intima che, se impersonificata, permette finalmente di capirsi meglio e di farsi capire quindi anche dagli altri. Come facciamo a comprenderci, se è come se tutti avessero ricevuto un manuale di istruzioni sulla vita e sul proprio funzionamento mentre noi no, e dobbiamo quindi capire da soli noi stessi in relazione al mondo?
Quando una persona scopre la propria neurodivergenza non scopre solo una caratteristica: finalmente trova una risposta alle difficoltà di tutta una vita. E questo non rappresenta un punto di arrivo, ma un enorme punto di partenza, che si sia bambini, ragazzi o adulti. Penso che tutti coloro che lo desiderano, a prescindere dall’età, abbiano il diritto di volersi comprendere e di stare meglio.
Le etichette sane esistono, e sono quelle che paradossalmente servono per liberarsi dalle stesse etichette e abbracciare finalmente sé stessi nella propria unicità. Perché spesso senza una definizione non è possibile trovare la propria informe unicità, che d’altronde è quanto più distante ci possa essere da una mera etichetta.


